Un viaggio epico del secolo scorso. L’evocazione dell’immagine del piroscafo pieno di gente con la valigia chiusa con lo spago. Lo stupore negli occhi di chi sbarca in America “nudo e povero come quando sei nato”. È Il mio sogno americano, il podcast disponibile su tutte le piattaforme, con le voci di Lino Guanciale e Luca Bianchini con la regia di Marco Ponti da un’idea di Anna Di Teodoro.

Il mio sogno americano è il racconto sincero di Raffaele Trequarti, un giovane uomo vissuto tra l’Italia e l’America, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Tra speranza e nostalgia, povertà e ascesa sociale. Dopo un difficile esordio a New York e l’abbandono da parte di uno zio inaffidabile, Trequarti si trasferisce a Detroit divenendo il primo e più fidato collaboratore di Henry Ford, dove conosce il successo e l’agio economico. Tuttavia, il terremoto che devasta la Marsica nel 1915 e la forte nostalgia per la sua Margherita, ragazza amata in patria, lo costringono a riconsiderare tutto.

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Abbiamo avuto modo di fare quattro chiacchiere con Marco Ponti apprezzatissimo regista di un film simbolo per un’intera generazione, Santa Maradona che quest’anno compie 24 anni ed è sempre fresco e senza tempo.

Marco, hai scritto e diretto film che sono diventati veri e propri cult, come Santa Maradona e hai portato sullo schermo storie che hanno fatto innamorare il pubblico, da Io che amo solo te al docufilm La Bella Stagione sulla Sampdoria di Vialli e Mancini, la Sampdoria che è “come una bella ragazza che tutti vogliono baciare” . Guardandoti indietro, c’è un progetto che senti particolarmente tuo, magari quello che più ha incarnato la tua visione del cinema?
Marco Ponti

Sicuramente La bella stagione, per due motivi: prima di tutto per la possibilità di incontrare persone speciali come, Roberto Mancini e Gianluca Vialli, con cui ho condiviso gli ultimi suoi 2 anni di vita e dal punto di vista umano è stato pazzesco. Uno spartiacque a livello di valori e di impegno. Fare un film con una persona che non sai se arriverà alla fine ti sprona ancora di più a lavorare di più e al meglio. Ci tenevamo per mano in questo percorso. Il secondo motivo è che La bella stagione tocca temi che mi sono sempre stati cari: amici diversi ma che si completano. Che insieme cercano di raggiungere un obbiettivo. Per me La bella stagione è Santa Maradona 2.

Oltre al cinema, hai scritto romanzi e ti sei avventurato anche nel mondo del podcasting. C’è un filo rosso che collega tutti questi lavori o ogni progetto è un viaggio a sé?

Il mio imprinting è la Scuola Holden di Baricco, dove il gesto del raccontare è un gesto unico che si può declinare in modi differenti. Fare un film o scrivere un libro non le ho mai viste come cose diverse tra loro. A quello possiamo sommare la mia propensione a fare sempre cose nuove, motivo per cui mi sono orientato anche ai romanzi per ragazzi. È un ambito che riconosco essere stimolante per la vitalità e a volte l’anarchia.

Il mio sogno americano, il podcast su Raffaele Trequarti è un progetto affascinante: un racconto tra due mondi, l’Italia e l’America, che mescola sogno e radici, ascesa e nostalgia. Com’è nata l’idea di raccontare proprio questa storia?

Luca Bianchini è come se fosse mio fratello e se mi chiama per fare una cosa io prima dico di sì e poi gli chiedo di cosa si tratta, perchè anche noi siamo come i personaggi di Santa Maradona! E sono partito con lui ad Avezzano per andare a sentire questa storia. La storia di Raffaele Trequarti che torna per amore spostando così la questione valoriale su qualcosa di più alto, non più i soldi ma l’amore, ci ha lasciati affascinati. E poi dopo il ritorno c’e il racconto che fa lui stesso dell’America, del suo sogno americano. La costruzione di una mitologia familiare che diventa quella di molti italiani. Quando partivamo senza nulla e ci imbattevamo in posti a noi ostili, dove gli italiani non potevano entrare. Una storia necessaria per ricordarci chi siamo stati, per ricordarcelo soprattutto quando chiudiamo la porta a chi come noi cerca dignità d’esistere e ad avere un’opportunità per dei sogni da realizzare. Un insegnamento sull’accoglienza.

Hai lavorato con Lino Guanciale, che ha dato voce a Trequarti. Che tipo di lavoro avete fatto insieme per costruire questo personaggio e renderlo così vicino agli ascoltatori?

È stata una vera fortuna, volevo già da tempo lavorare con lui ma con il progetto giusto. Poi è venuto fuori che Lino è anche dello stesso posto, ma anche lui, come noi, non conosceva la storia quindi il personaggio lo abbiamo costruito insieme. Lui ci ha restituito la voce, la musica e la visione del mondo di un suo conterraneo di quel periodo. Insieme abbiamo cucito il modo in cui potevamo restituire la storia di Raffaele. Senza Lino il personaggio non sarebbe diventato vivo.

Ad un certo punto, dopo il terremoto della Marsica, Trequarti decide di “restituire l’America agli americani” e tornare “al paese”. Se tu potessi scegliere un’epoca e un luogo in cui vivere, anche solo per una stagione, dove e quando sarebbe?

Eh, questo è un domandone, intanto rimaniamo in Italia, forse mi farebbe piacere vivere, giusto il tempo di una stagione, nella Venezia della prima metà del ‘700 nel suo massimo splendore culturale.

Chiudiamo l’intervista con uno sguardo al domani: hai attraversato cinema, letteratura e podcast con successo. C’è un nuovo medium o un progetto che ti piacerebbe esplorare in futuro? Magari una serie TV, il teatro… o un bel videogioco narrativo?

L’hai anticipato tu! Forse provare a mettere l’arte del racconto in uno spazio più ampio con una serie ma ne parleremo più avanti…

Promesso?

Promesso!

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